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Ville lungo il Naviglio del Brenta

Risale al 1345 l’abrogazione della legge che impediva ai veneziani l’acquisto di terreni sulla terraferma. Da allora il Naviglio del Brenta divenne the place to be, il luogo di villeggiatura degli abitanti della Serenissima, e sulle sue rive fiorirono magnifiche residenze di campagna e sontuose ville.

Monumentale, con 114 stanze, un parco con scenografiche vedute e il celebre labirinto di bossi, Villa Pisani, la “Regina delle ville venete”, fu costruita a Stra a partire dal 1721 in onore del doge Alvise Pisani. Dimora estiva frequentata dalle teste coronate di mezza Europa, fu teatro di incontri storici tra monarchi e capi di Stato, tra i quali Napoleone Bonaparte, che nel 1807 l’acquistò per 1.901.000 lire venete. Dal 1884 è Museo nazionale, in cui sono racchiusi tesori inestimabili, come la Gloria di casa Pisani, affrescata da Giambattista Tiepolo sul soffitto del Salone da Ballo, e preziosi manufatti originali, come i mobili conservati nell’Appartamento napoleonico. Se nelle fastose sale regnano stucchi, marmi, allegorie e scene mitologiche, la facciata, che apre su una gigantesca piscina interna, è un tripudio di statue, colonnati, cariatidi.

Nel XV secolo, architetti di fama come il Palladio realizzarono lungo il Naviglio del Brenta eleganti dimore dalle forme armoniose, decorate, nei loro interni, dai migliori artisti del tempo, attenti a soddisfare le puntigliose esigenze della loro raffinata committenza, la stessa che Tiepolo e Canaletto avrebbero celebrato nei loro affreschi e dipinti: per i possidenti terrieri dimore più spartane, ma non per questo meno charmant; per chi amava circondarsi di artisti e intellettuali i tratti di un’eleganza esclusiva; per chi organizzava feste e banchetti grandi spazi dove inscenare lo sfarzo. Da San Marco si arrivava a Fusina a forza di remi, poi si passava ai burchielli, imbarcazioni di legno riccamente lavorate trainate a cavallo lungo la Riviera del Brenta, dove confluiva una variegata corte di ricchi mecenati, donzelle e libertini, artisti e raffinati pensatori.

              S’indugiarono a mirare quel gioco fallace composto da un giardiniere ingegnoso per il diletto delle dame e dei cicisbei nel tempo dei calcagnini e dei guardinfanti.

Gabriele D’Annunzio, Il fuoco, 1900

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